In questa intervista lo storico batterista dei Black Sabbath, Bill Ward, racconta delle origini della band, del sound e delle liriche del gruppo, delle collaborazioni con altri artisti, del rapporto con la droga e con la politica e delle prospettive di una reunion in occasione dei 40 anni di attività.
Bill, che ricordo hai di Roger Bain, il vostro primo produttore?
E’ stato un personaggio con cui non siamo mai andati troppo in sintonia. All’epoca era giovane anche lui ed era più che altro un ingegnere del suono. Il suo compito era quello di fare uscire il suono del disco nel modo migliore, ma noi avevamo già le idee chiare su come volevamo che rendesse l’album. Dal punto di vista personale era una persona schiva e riservata, ma molto scrupolosa. Possiamo dire che ci ha aiutato anche se non è stato determinante nel nostro successo.
La leggenda narra che il primo disco, Black Sabbath, sia costato solo 600 sterline per la registrazione che è stata effettuata in appena tre giorni. Ricordi come andarono le cose?
Sapevamo che avevamo poco tempo a disposizione, solo due giorni per la registrazione più uno per il missaggio e abbiamo cercato di sfruttarlo al meglio. I pezzi li conoscevamo a memoria perché ormai erano dodici mesi che li suonavamo in continuazione dal vivo. Per cui abbiamo pensato che la cosa più veloce ed efficace fosse di registrarli in quel modo. Infatti Ozzy cantava mentre la band suonava, semplicemente abbiamo indirizzato la sua voce e gli altri strumenti su due canali diversi. Abbiamo fatto di necessità virtù e, considerate le restrizioni, è venuto fuori un ottimo lavoro.
Parlami del periodo in cui suonavate allo Star Club, il locale di Amburgo che aveva reso famoso i Beatles qualche anno prima.
E’ stato un periodo molto duro, ma che ci è servito per rodare il nostro repertorio dal vivo. Jim Simpson, il nostro manager dell’epoca, ci aveva trovato quest’ingaggio e così prendevamo il traghetto e suonavamo lì per una settimana alla volta. Si trattava di fare fino a sette concerti al giorno. Fisicamente era molto faticoso, anche se ogni set durava tra i 30 e i 45 minuti. Cercavamo di allungare i pezzi per risparmiare la forza per i concerti della sera dove ci sarebbe stata più gente. A quelli del mattino e del pomeriggio non era molto pieno.
Immagino che il vostro repertorio dell’epoca includesse anche delle cover oltre al vostro materiale originale che non era moltissimo.
Suonavamo molto blues, perlopiù degli standard della tradizione inglese e qualcosa del repertorio di John Mayall del periodo in cui ci suonava Eric Clapton. La nostra formazione derivava dal blues ed era quello il genere che frequentavamo più spesso.
Bill, che ricordo hai di Roger Bain, il vostro primo produttore?
E’ stato un personaggio con cui non siamo mai andati troppo in sintonia. All’epoca era giovane anche lui ed era più che altro un ingegnere del suono. Il suo compito era quello di fare uscire il suono del disco nel modo migliore, ma noi avevamo già le idee chiare su come volevamo che rendesse l’album. Dal punto di vista personale era una persona schiva e riservata, ma molto scrupolosa. Possiamo dire che ci ha aiutato anche se non è stato determinante nel nostro successo.
La leggenda narra che il primo disco, Black Sabbath, sia costato solo 600 sterline per la registrazione che è stata effettuata in appena tre giorni. Ricordi come andarono le cose?
Sapevamo che avevamo poco tempo a disposizione, solo due giorni per la registrazione più uno per il missaggio e abbiamo cercato di sfruttarlo al meglio. I pezzi li conoscevamo a memoria perché ormai erano dodici mesi che li suonavamo in continuazione dal vivo. Per cui abbiamo pensato che la cosa più veloce ed efficace fosse di registrarli in quel modo. Infatti Ozzy cantava mentre la band suonava, semplicemente abbiamo indirizzato la sua voce e gli altri strumenti su due canali diversi. Abbiamo fatto di necessità virtù e, considerate le restrizioni, è venuto fuori un ottimo lavoro.
Parlami del periodo in cui suonavate allo Star Club, il locale di Amburgo che aveva reso famoso i Beatles qualche anno prima.
E’ stato un periodo molto duro, ma che ci è servito per rodare il nostro repertorio dal vivo. Jim Simpson, il nostro manager dell’epoca, ci aveva trovato quest’ingaggio e così prendevamo il traghetto e suonavamo lì per una settimana alla volta. Si trattava di fare fino a sette concerti al giorno. Fisicamente era molto faticoso, anche se ogni set durava tra i 30 e i 45 minuti. Cercavamo di allungare i pezzi per risparmiare la forza per i concerti della sera dove ci sarebbe stata più gente. A quelli del mattino e del pomeriggio non era molto pieno.
Immagino che il vostro repertorio dell’epoca includesse anche delle cover oltre al vostro materiale originale che non era moltissimo.
Suonavamo molto blues, perlopiù degli standard della tradizione inglese e qualcosa del repertorio di John Mayall del periodo in cui ci suonava Eric Clapton. La nostra formazione derivava dal blues ed era quello il genere che frequentavamo più spesso.
Le nuove edizioni contengono molto materiale bonus, ma sostanzialmente nessuna canzone nuova completa. Non esistono delle canzoni realmente inedite di quel periodo?
Questa domanda mi è stata già posta molte volte in passato e purtroppo devo ribadire ancora una volta che non esistono canzoni inedite di quel periodo. Tutto il materiale che è stato incluso nelle edizioni deluxe si riferisce ad abbozzi, prove di studio. Qualcuno deve aver trovato dei nastri dei primi anni 70’, li ha puliti e li ha usati come bonus, in realtà quei pezzi servono solo come guida per far vedere come lavoravamo sulle canzoni e come si evolvevano settimana dopo settimana, man mano che le provavamo e sperimentavamo soluzioni diverse.
So che tu e John Bonham eravate amici. Hai mai suonato sia con lui che con Robert Plant?
Con Bonzo e Robert ci conoscevamo benissimo perché siamo originari della stessa area di Birminghan. In particolare con Bonzo avevamo una forte amicizia che ci legava. Purtroppo gli impegni delle rispettive band non ci hanno permesso di frequentarci molto in quegli anni perché eravamo sempre in tour. I Led Zeppelin hanno avuto successo prima di noi ed ho sempre guardato a loro e a Bonzo con ammirazione. Qualche volta è capitato di trovarci insieme in studio, ma sfortunatamente non abbiamo mai registrato niente e, a pensarci a posteriori, è un peccato. Mi ricordo perché una volta che eravamo in uno studio di Londra passò a trovarci Bonzo e si mise a suonare la mia batteria. Lui aveva una cassa sola, mentre io usavo la doppia cassa e vederlo cimentarsi con la doppia cassa è stato davvero uno spettacolo.
Quando "Black Sabbath" è uscito negli USA aveva dei nuovi titoli delle canzoni ed un pezzo aggiuntivo, "Wicked World". E’ stata una vostra decisione o della casa discografica?
A quel tempo avevamo poco più di vent’anni ed eravamo davvero inesperti dal punto di vista commerciale e dei contratti. Quelle decisioni sono state prese dall’etichetta e non potevamo esercitare un gran controllo su quello che facevano loro.
Il 1970 è stato il vostro anno di grazia in cui avete fatto uscire anche "Paranoid." I pezzi dell’album li avevate già pronti all’epoca dell’esordio?
Il primo album ha avuto successo e anche in misura tale che non ci aspettavamo. Quindi le richieste per un nuovo disco erano alte, inoltre avevamo degli altri pezzi su cui stavamo lavorando. Per cui abbiamo deciso di tornare in studio e aggiungere nuovo materiale a quello che già avevamo e registrare un nuovo album.
Sempre a proposito di velocità è vero che "Paranoid" è stata scritta in quindici minuti?
Non è proprio così, ma sicuramente è stata concepita in un tempo molto breve. E’ successo che quando eravamo in studio la band è andata a pranzo, mentre Tony è rimasto a lavorare là.
Quando siamo tornati aveva questo riff portante già pronto. Ce l’ha fatto sentire e ci è piaciuto, così abbiamo cominciato a suonarci sopra e anche Ozzy ha improvvisato delle parole. Tuttavia non eravamo convinti delle potenzialità della canzone. Invece a Roger Bain è piaciuta molto, Tanto che pensava che avremmo dovuto sceglierla come singolo e così è stato.
Com’è accaduto che il titolo originario dell’album, che avrebbe dovuto essere "War Pigs", sia stato cambiato in "Paranoid"?
War Pigs era uno dei pezzi cardine dell’album e pensavamo che potesse rappresentare bene il disco nel suo complesso. Purtroppo la casa discografica americana ha ritenuto invece che un titolo del genere fosse provocatorio visto che stava impazzando la guerra del Vietnam e gli Stati Uniti erano fortemente coinvolti.
Loro temevano che alcune catene di negozi avrebbero fatto dei problemi per distribuire e vendere l’album. Così è stato scelto come titolo Paranoid, ma è stata mantenuta la copertina con il samurai elettrico che si rifà invece a War Pigs.
Possiamo dire che i Black Sabbath in qualche modo fossero anche una band politica?
No, non era quella la nostra intenzione. Noi non eravamo degli attivisti, nè dei predicatori. Fondamentalmente raccontavamo delle storie, perlopiù horror, con cui intrattenere il pubblico. Però a volte ci cimentavamo anche con argomenti di attualità e con un aggancio reale, e non solo con temi di fantasia. Eravamo giovani ed eravamo toccati dalle disgrazie della guerra. Noi stessi eravamo cresciuti in una città che era stata devastata e bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale e quindi volevamo esprimere il nostro disgusto nei confronti di quelle persone che manipolano i ragazzi e li mandano al fronte stando seduti nelle loro comode poltrone. Però non c’è un riferimento esplicito alla guerra del Vietnam, le nostre erano considerazioni generali. E’ capitato che in quegli anni quello fosse il conflitto di cui si parlava e sono stati i fan e la stampa a fare quell’associazione. Posso dirti che la guerra è sempre stata una fonte di ispirazione letteraria, e purtroppo anche al giorno d’oggi. Noi condanniamo la guerra e i suoi effetti, ma anche in quel caso non siamo entrati nelle ragioni e non siamo stati specifici. Piuttosto abbiamo espresso una condanna di carattere generale che è valida in ogni situazione di tempo e spazio.
Come mai "War Pigs" era stata concepita inizialmente come "Walpurgis" ed aveva anche un testo diverso?
Come detto prima, noi approfittavamo di tutto il tempo in studio per provare sempre nuove soluzioni. Non sempre la prima scelta si rivelava la migliore e quella definitiva. Ci consideravamo una band molto sperimentale e progressiva nel senso che non ci accontentavamo di prendere la prima cosa che ci andava bene. Avevamo diverse opzioni e alcune di esse arrivavano a uno stadio avanzato prima di essere scelte o scartate. Così è capitato che "War Pigs"prima avesse un testo del tutto diverso, delle liriche di fantasia che si adattavano bene al titolo "Walpurgis". Poi però abbiamo scoperto che quelle di War Pigs erano più efficaci e, senza mutare molto la struttura musicale, abbiamo inserito un testo differente.
C’è una questione che mi interessa dirimere ed è sul significato della canzone "Fairies Wear Boots." Il testo è stato ispirato da visioni acide di Ozzy oppure parla di un gruppo di skinhead che avevano attaccato la band?
Non ne sono sicuro, ma certo non è la prima opzione. Ozzy e la droga in questo caso non c’entrano niente. E’ molto più probabile che volessimo dileggiare questo gruppo di teppisti che ci aveva attaccato durante un concerto. Per offenderli li chiamavamo Fairies (fate, nda) e gli stivali si riferiscono al fatto che erano dei motociclisti. Gli skinhead dell’epoca non hanno nulla a che vedere con quelli dei giorni nostri, non avevano connotazioni politiche, ma erano solo delle bande di attaccabrighe.
Parlami di "Rat Salad", l’assolo di batteria presente su Paranoid. Voleva essere la risposta a "Moby Dick" del tuo amico John Bonham?
Quella canzone ha una genesi del tutto particolare, nel senso che avrebbe potuto essere registrata in centinaia di modi diversi. Io ero solito avere la mia parte di assolo durante i concerti e spesso questa si protraeva anche per più di mezz’ora.
Ho a casa un concerto dove "Rat Salad" dura ben quarantacinque minuti. L’idea era quella di catturare il mio momento solista e metterlo sull’album. All’inizio ho anche pensato di includere la versione più lunga. Ne avevo due, una di venti e un’altra di trenta minuti. Ma alla fine abbiamo deciso per un formato più ristretto ed accessibile all’ascolto del disco. Erano gli anni 70’ e tutti si lanciavano in lunghi assoli, era la moda del momento ed anche noi non potevamo esimerci dal piazzare un pezzo di quel tipo. Nessuna rivalità con John, lui è arrivato prima e "Rat Salad" non può rivaleggiare con la bellezza di Moby Dick. Piuttosto ho preso ispirazione dal mio modello Ginger Baker che era solito suonare degli assoli magnifici, pirotecnici e torrenziali nei concerti dei suoi Cream.
Era sempre Geezer che si occupava dei testi oppure intervenivate anche voi in qualche misura?
Geezer era sempre quello che aveva più ispirazione e più idee sui testi. Diciamo che tutti contribuivamo allo stesso modo alla musica, ma dei testi se ne occupavano perlopiù Geezer e Ozzy. Erano loro quelli più addentro ai temi horror e appassionati di film e letteratura fantastica ed esoterica. Avevano veramente una grande immaginazione.
In quell’album compaiono anche "Planet caravan" e "Hand Of Doom" che sono le primissime canzoni che trattano il tema della droga che poi diventerà ricorrente nelle liriche del gruppo. Come mai avete voluto dei soggetti così scottanti?
La droga ha avuto un grosso impatto sulla cultura degli anni 60’ e 70’ di cui anche noi facevamo parte. Era un fenomeno presente in larghissima parte del mondo del rock e noi, come molti altri, non ne eravamo immuni. Non voglio entrare nello specifico di chi si faceva che cosa, ma tutti noi nella band abbiamo fatto uso di droga. Venivamo dagli psichedelici anni 60’, e facevamo parte di quella generazione allucinata e che faceva uso di erba e di marijuana. Le visioni cosmiche di "Planet Caravan" possono essere ricondotte a quello. Tuttavia ci siamo sempre scagliati contro l’eroina che era la droga più pericolosa e mortale e posso dirti che nella band nessuno ne ha mai fatto uso e anzi abbiamo sempre condannato i suoi effetti. In "Hand Of Doom" affrontiamo il tema alla nostra maniera, in modo molto cupo e minaccioso, che si risolve in un tremendo ammonimento e in immagini tetre di rovina e morte.
Noi siamo stati rovinati dalla droga, ma non abbiamo mai fatto un mistero dei nostri vizi e anzi li abbiamo esposti pubblicamente. E’ stata la cocaina, di cui parliamo in "Snowblind", la nostra grande devastazione. Quando abbiamo fatto il primo tour americano eravamo quattro ragazzi di un’oscura città inglese che improvvisamente erano arrivati al successo e ci siamo fatti tentare dalle luci e dallo stile di vita da rockstar della California. Abbiamo provato la cocaina nei tour americani e poi non potevamo più farne a meno. C’erano gli spacciatori che ci aspettavano direttamente alla fine del concerto o all’hotel. E’ diventata una persecuzione nella prima metà degli anni 70’ che ha minato anche i nostri rapporti interni e la nostra produttività. Alla fine noi eravamo più ragazzi da erba, fumare ti poteva rilassare e non produceva danni al tuo organismo.
Veniamo al terzo album, Master Of reality, che evidenzia come i pezzi strumentali e acustici come Embryo e Orchid facessero parte integrante del vostro modo di essere e di scrivere musica.
I Black Sabbath sono sempre stati una band rock con solide basi blues e jazz. Anche se siamo conosciuti di più per le nostre canzoni dure, per i riff che hanno fondato l’heavy metal, noi ci siamo sempre considerati una band aperta musicalmente a cui piaceva sperimentare. Le canzoni acustiche e strumentali spesso servivano anche a dare un po’ di pausa all’aggressione continua e a spezzare la tensione. Inoltre facilitavano la dinamica dell’album e lo rendevano più scorrevole.
Infatti anche l’uso dell’accordatura ribassata di Tony Iommi è dovuto più alla necessità di non sforzare le sue dita infortunate più che a una reale esigenza musicale.
Direi che la verità sta nel mezzo. Tony aveva scoperto che accordando la chitarra in quel modo le dita si sforzavano meno e aveva meno dolore mentre suonava. Se avesse mantenuto le corde molto tese probabilmente non ce l’avrebbe fatta. Tuttavia quel suono denso, cupo e pieno era necessario perché la nostra musica parlava di orrori, di minaccia, aveva un sapore opprimente e quindi richiedeva di essere suonata ad alto volume con un alto tasso di distorsione. E’ stata la stampa che poi, anni dopo, lo ha definito heavy metal. Per noi era solo rock, molto duro, ma pur sempre rock.
Uno dei testi più controversi dell’album è "After Forever" dove, in modo inaspettato, la band affronta il tema cristiano dell’aldilà. Vuoi commentare la canzone?
After Forever non è una canzone, come molti hanno detto e scritto, in cui si offende e critica la Chiesa e il Papa. Tutti si soffermano sull’unica riga dove si dice che il Papa potrebbe essere impiccato. In realtà lì dentro c’è molto di più. Ci sono riflessioni oneste e sincere sul tema della vita ultraterrena. Noi non abbiamo risposte, ma abbiamo voluto solamente provocare una reazione ed esortare la gente a riflettere su una questione così importante e che prima o dopo ci toccherà tutti. Noi abbiamo affrontato il testo e la canzone non da un punto di vista cristiano, ma diciamo pure filosofico. Infatti la mia personale concezione della religione è distante da quella della chiesa organizzata, ma preferisco riferirmi a una sorta di spiritualità. Noi non prendiamo posizione, né accusiamo nessuno. Semplicemente raccontiamo delle storie nel nostro stile crudo, angosciante e provocatorio, ma il nostro compito è quello di smuovere le coscienze, non quello di predicare o prendere una posizione definita.
Non credi che negli anni ci siano state delle grosse incomprensioni da parte della stampa e dei fan relativamente ai vostri testi? Siete una band molto più profonda di quanto può sembrare a una prima analisi superficiale.
Il problema è che noi ci chiamiamo Black Sabbath e parliamo del Diavolo. Questo ha influenzato tutto il giudizio successivo sul nostro lavoro. Eravamo un bersaglio facile e anche la stampa ha sguazzato in certe situazioni e faceva parte del gioco enfatizzare il nostro lato satanico. Diciamo che gli effetti che abbiamo prodotto sono andati ben oltre le nostre intenzioni. In realtà delle molte canzoni che abbiamo scritto, solo una minima parte parla del Diavolo o può avere connessioni esoteriche. Per il resto i nostri testi spaziano molto tra la realtà e la fantasia con argomenti di fantascienza, droga, guerra, religione, spiritualità, ma la gente preferisce soffermarsi su quelli più cupi e controversi. Sono comunque contento di poter spiegare che noi non eravamo una band satanica e dedita alla venerazione di forze occulte. Eravamo giovani musicisti che hanno cercato di creare un proprio stile musicale parlando di soggetti cupi e scabrosi, anche horror se vogliamo, ma siamo sempre rimasti nell’ambito della pura espressione artistica. In altre parole non praticavamo le cose di cui parlavamo.
Bill, l’anno prossimo festeggerete i 40 anni dall’uscita del vostro primo disco. Sarebbe bello poter celebrare questa importante ricorrenza con un tour e magari anche un nuovo album. Che ne pensi?
Quanto a me sarei felicissimo di poter fare sia l’una che l’altra cosa. Sono in contatto anche con gli altri e so che si sta parlando di questa possibilità (remota a questo punto vista la causa che Ozzy ha intentato a Tony Iommi, nda) ed io ho già le valigie pronte. Se ci fosse un tour io sarei il primo a partire. Anche fare un ultimo album con Ozzy sarebbe fantastico, ma questa eventualità la vedo più remota.
Come mai "War Pigs" era stata concepita inizialmente come "Walpurgis" ed aveva anche un testo diverso?
Come detto prima, noi approfittavamo di tutto il tempo in studio per provare sempre nuove soluzioni. Non sempre la prima scelta si rivelava la migliore e quella definitiva. Ci consideravamo una band molto sperimentale e progressiva nel senso che non ci accontentavamo di prendere la prima cosa che ci andava bene. Avevamo diverse opzioni e alcune di esse arrivavano a uno stadio avanzato prima di essere scelte o scartate. Così è capitato che "War Pigs"prima avesse un testo del tutto diverso, delle liriche di fantasia che si adattavano bene al titolo "Walpurgis". Poi però abbiamo scoperto che quelle di War Pigs erano più efficaci e, senza mutare molto la struttura musicale, abbiamo inserito un testo differente.
C’è una questione che mi interessa dirimere ed è sul significato della canzone "Fairies Wear Boots." Il testo è stato ispirato da visioni acide di Ozzy oppure parla di un gruppo di skinhead che avevano attaccato la band?
Non ne sono sicuro, ma certo non è la prima opzione. Ozzy e la droga in questo caso non c’entrano niente. E’ molto più probabile che volessimo dileggiare questo gruppo di teppisti che ci aveva attaccato durante un concerto. Per offenderli li chiamavamo Fairies (fate, nda) e gli stivali si riferiscono al fatto che erano dei motociclisti. Gli skinhead dell’epoca non hanno nulla a che vedere con quelli dei giorni nostri, non avevano connotazioni politiche, ma erano solo delle bande di attaccabrighe.
Parlami di "Rat Salad", l’assolo di batteria presente su Paranoid. Voleva essere la risposta a "Moby Dick" del tuo amico John Bonham?
Quella canzone ha una genesi del tutto particolare, nel senso che avrebbe potuto essere registrata in centinaia di modi diversi. Io ero solito avere la mia parte di assolo durante i concerti e spesso questa si protraeva anche per più di mezz’ora.
Ho a casa un concerto dove "Rat Salad" dura ben quarantacinque minuti. L’idea era quella di catturare il mio momento solista e metterlo sull’album. All’inizio ho anche pensato di includere la versione più lunga. Ne avevo due, una di venti e un’altra di trenta minuti. Ma alla fine abbiamo deciso per un formato più ristretto ed accessibile all’ascolto del disco. Erano gli anni 70’ e tutti si lanciavano in lunghi assoli, era la moda del momento ed anche noi non potevamo esimerci dal piazzare un pezzo di quel tipo. Nessuna rivalità con John, lui è arrivato prima e "Rat Salad" non può rivaleggiare con la bellezza di Moby Dick. Piuttosto ho preso ispirazione dal mio modello Ginger Baker che era solito suonare degli assoli magnifici, pirotecnici e torrenziali nei concerti dei suoi Cream.
Era sempre Geezer che si occupava dei testi oppure intervenivate anche voi in qualche misura?
Geezer era sempre quello che aveva più ispirazione e più idee sui testi. Diciamo che tutti contribuivamo allo stesso modo alla musica, ma dei testi se ne occupavano perlopiù Geezer e Ozzy. Erano loro quelli più addentro ai temi horror e appassionati di film e letteratura fantastica ed esoterica. Avevano veramente una grande immaginazione.
In quell’album compaiono anche "Planet caravan" e "Hand Of Doom" che sono le primissime canzoni che trattano il tema della droga che poi diventerà ricorrente nelle liriche del gruppo. Come mai avete voluto dei soggetti così scottanti?
La droga ha avuto un grosso impatto sulla cultura degli anni 60’ e 70’ di cui anche noi facevamo parte. Era un fenomeno presente in larghissima parte del mondo del rock e noi, come molti altri, non ne eravamo immuni. Non voglio entrare nello specifico di chi si faceva che cosa, ma tutti noi nella band abbiamo fatto uso di droga. Venivamo dagli psichedelici anni 60’, e facevamo parte di quella generazione allucinata e che faceva uso di erba e di marijuana. Le visioni cosmiche di "Planet Caravan" possono essere ricondotte a quello. Tuttavia ci siamo sempre scagliati contro l’eroina che era la droga più pericolosa e mortale e posso dirti che nella band nessuno ne ha mai fatto uso e anzi abbiamo sempre condannato i suoi effetti. In "Hand Of Doom" affrontiamo il tema alla nostra maniera, in modo molto cupo e minaccioso, che si risolve in un tremendo ammonimento e in immagini tetre di rovina e morte.
Noi siamo stati rovinati dalla droga, ma non abbiamo mai fatto un mistero dei nostri vizi e anzi li abbiamo esposti pubblicamente. E’ stata la cocaina, di cui parliamo in "Snowblind", la nostra grande devastazione. Quando abbiamo fatto il primo tour americano eravamo quattro ragazzi di un’oscura città inglese che improvvisamente erano arrivati al successo e ci siamo fatti tentare dalle luci e dallo stile di vita da rockstar della California. Abbiamo provato la cocaina nei tour americani e poi non potevamo più farne a meno. C’erano gli spacciatori che ci aspettavano direttamente alla fine del concerto o all’hotel. E’ diventata una persecuzione nella prima metà degli anni 70’ che ha minato anche i nostri rapporti interni e la nostra produttività. Alla fine noi eravamo più ragazzi da erba, fumare ti poteva rilassare e non produceva danni al tuo organismo.
Veniamo al terzo album, Master Of reality, che evidenzia come i pezzi strumentali e acustici come Embryo e Orchid facessero parte integrante del vostro modo di essere e di scrivere musica.
I Black Sabbath sono sempre stati una band rock con solide basi blues e jazz. Anche se siamo conosciuti di più per le nostre canzoni dure, per i riff che hanno fondato l’heavy metal, noi ci siamo sempre considerati una band aperta musicalmente a cui piaceva sperimentare. Le canzoni acustiche e strumentali spesso servivano anche a dare un po’ di pausa all’aggressione continua e a spezzare la tensione. Inoltre facilitavano la dinamica dell’album e lo rendevano più scorrevole.
Infatti anche l’uso dell’accordatura ribassata di Tony Iommi è dovuto più alla necessità di non sforzare le sue dita infortunate più che a una reale esigenza musicale.
Direi che la verità sta nel mezzo. Tony aveva scoperto che accordando la chitarra in quel modo le dita si sforzavano meno e aveva meno dolore mentre suonava. Se avesse mantenuto le corde molto tese probabilmente non ce l’avrebbe fatta. Tuttavia quel suono denso, cupo e pieno era necessario perché la nostra musica parlava di orrori, di minaccia, aveva un sapore opprimente e quindi richiedeva di essere suonata ad alto volume con un alto tasso di distorsione. E’ stata la stampa che poi, anni dopo, lo ha definito heavy metal. Per noi era solo rock, molto duro, ma pur sempre rock.
Uno dei testi più controversi dell’album è "After Forever" dove, in modo inaspettato, la band affronta il tema cristiano dell’aldilà. Vuoi commentare la canzone?
After Forever non è una canzone, come molti hanno detto e scritto, in cui si offende e critica la Chiesa e il Papa. Tutti si soffermano sull’unica riga dove si dice che il Papa potrebbe essere impiccato. In realtà lì dentro c’è molto di più. Ci sono riflessioni oneste e sincere sul tema della vita ultraterrena. Noi non abbiamo risposte, ma abbiamo voluto solamente provocare una reazione ed esortare la gente a riflettere su una questione così importante e che prima o dopo ci toccherà tutti. Noi abbiamo affrontato il testo e la canzone non da un punto di vista cristiano, ma diciamo pure filosofico. Infatti la mia personale concezione della religione è distante da quella della chiesa organizzata, ma preferisco riferirmi a una sorta di spiritualità. Noi non prendiamo posizione, né accusiamo nessuno. Semplicemente raccontiamo delle storie nel nostro stile crudo, angosciante e provocatorio, ma il nostro compito è quello di smuovere le coscienze, non quello di predicare o prendere una posizione definita.
Non credi che negli anni ci siano state delle grosse incomprensioni da parte della stampa e dei fan relativamente ai vostri testi? Siete una band molto più profonda di quanto può sembrare a una prima analisi superficiale.
Il problema è che noi ci chiamiamo Black Sabbath e parliamo del Diavolo. Questo ha influenzato tutto il giudizio successivo sul nostro lavoro. Eravamo un bersaglio facile e anche la stampa ha sguazzato in certe situazioni e faceva parte del gioco enfatizzare il nostro lato satanico. Diciamo che gli effetti che abbiamo prodotto sono andati ben oltre le nostre intenzioni. In realtà delle molte canzoni che abbiamo scritto, solo una minima parte parla del Diavolo o può avere connessioni esoteriche. Per il resto i nostri testi spaziano molto tra la realtà e la fantasia con argomenti di fantascienza, droga, guerra, religione, spiritualità, ma la gente preferisce soffermarsi su quelli più cupi e controversi. Sono comunque contento di poter spiegare che noi non eravamo una band satanica e dedita alla venerazione di forze occulte. Eravamo giovani musicisti che hanno cercato di creare un proprio stile musicale parlando di soggetti cupi e scabrosi, anche horror se vogliamo, ma siamo sempre rimasti nell’ambito della pura espressione artistica. In altre parole non praticavamo le cose di cui parlavamo.
Bill, l’anno prossimo festeggerete i 40 anni dall’uscita del vostro primo disco. Sarebbe bello poter celebrare questa importante ricorrenza con un tour e magari anche un nuovo album. Che ne pensi?
Quanto a me sarei felicissimo di poter fare sia l’una che l’altra cosa. Sono in contatto anche con gli altri e so che si sta parlando di questa possibilità (remota a questo punto vista la causa che Ozzy ha intentato a Tony Iommi, nda) ed io ho già le valigie pronte. Se ci fosse un tour io sarei il primo a partire. Anche fare un ultimo album con Ozzy sarebbe fantastico, ma questa eventualità la vedo più remota.
Stefano Cerati - Rock Hard
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Commenti (8)
kkzorbo
ha scritto:
|
volevo segnalare questo articolo del corriere su Tony Iommi http://www.corriere.it/spettacoli/09_ottobre_30/iommi-chitarrista-black-sabbath-staminali-salvare-mano-marchetti_195e3466-c543-11de-bfa4-00144f02aabc.shtml |
Daniele
ha scritto:
| Posso solo ribadire che si tratta di una bellissima intervista, ad uno dei batteristi più umili e bravi della storia del rock. Il resto l'ha già detto Sigfrido! |
sigfrido
ha scritto:
|
Ribadisco la mia posizione: queste reunion sono inutili ...e dannose! Preferisco ricordare i Sabbath originali per quello che erano e che hanno rappresentato in passato, piuttosto che seguire un carrozzone autocelebrativo con un "cantante" privo di voce che nemmeno riesce a stare in piedi. Inoltre: gli attuali Sabbath possono ancora dire molto, e l'ultimo disco ce lo ha dimostrato. Tornando all'intervista, devo dire che Ward ha delineato perfettamente quella che era la visione musicale del gruppo, molto a 360° e assolutamente non ancorata ad una visione "metal". Non mi stancherò mai di ripeterelo: album come Technical e Never Say Die sono perfettamente in linea con la "visione musicale" dei Sabbath, e soprattutto di Tony Iommi. |
Sirio 6070
ha scritto:
| La reunion sarebbe sacrosanta, l'album effettivamente lo vedo difficile, ancora meglio sarebbe un bell'evento per il 40esimo, speriamo si possa dare lustro a questo anniversario, presto sulla mia trasmissione Sirio 6070 farò un altro speciale sui BS proprio parlando di questo... sirio6070.blogspot.com |
Nesci
ha scritto:
|
Bellissima intervista, l'avevo già letta su Rock Hard. Comunque io sarei curiosissimo di ascoltare le versioni dilatate di Rat Salad! Perché non hanno messo qualcosa del genere nelle Deluxe Edition?! |
sigfrido
ha scritto:
|
In effetti Bill chiarisce molti punti oscuri del passato dei Sabbath (il satanismo in primis, ma anche la politica e la droga). Detto questo trovo che, però, sminuisce un po troppo "Rat Salad", la quale secondo me non ha nulla da invidiare a Moby Dyck. Guardando però al futuro, non sono affatto ottimista riguardo un Reunion con Ozzy. L'intervista è in assoluto tra le più belle che ho letto (almeno per quanto riguarda i Sabbath) Un ringraziamento a Bob per averla pubblicata. E un ringraziamento va anche a Stefano Cerati (Rock Hard) che ha fatto davvero una bella intervista. |
bob
ha scritto:
|
Ottima intervista, in cui emergono particolari molto interessanti sul rapporto dei Sabbath con la politica e sul satanismo (spero che i maleinformati smettano definitivamente di pensare che i Black Sabbath c'entrino qualcosa con le pratiche sataniche), oltre ad alcune "chicche" come il rapporto con i membri dei Led Zeppelin. Bill Ward è sempre stato molto sincero e generoso nel raccontarsi nelle interviste. Sarebbe veramente bello una reunion della formazione originale in vista del quarantesimo anno di attività, anche se le recenti vicende tra Ozzy e Iommi non promettono bene. Grazie Sigfrido per la pronta segnalazione! |
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