Cos’è un riff? Mmmm… Riff… la prima definizione che mi salta in mente è Smoke on the water. Uno può anche dire “ripetuta progressione d’accordi” eccetera eccetera, ma non renderà mai l’idea che può darti un “ta-ta-taaaa-ta-ta-tataaa-ta-ta-taa-ta-taaaa”. Absolutely not.
Penso a tutti i chitarristi che hanno creato riff, a quelle mani che si poggiavano sulle corde di uno strumento ignare di quello che avrebbero partorito (o forse semplicemente troppo drogate per capirlo), e che cominciavano a muoversi… che diventavano immortali. Penso a Eric Clapton, a “Sunshine of your love”, a “Layla”; penso a Jimmy Page, a “Hartbreaker”, “Whole lotta love”, “Kashmir” e “Black Dog”; penso ad Angus Young, “Back in Black” e “Thunderstruck”; penso a Keith Richards e “Satisfaction”, Randy Rhoads e “Crazy Train” e “Mr Crowley”, Jimi Hendrix e “Purple Haze” e “Voodoo Chile”, a un Erik Brann sedicenne ed “In-A-Gadda-Da-Vida”, a Slash e “Sweet child o’ mine”, Eddie Van Halen e “Panama” e “Ain’t Talkin’ ‘bout love”. E poi a K.K.Downing e Glenn Tipton, a Dave Murray ed Adrian Smith, a James Hetfield, a Duane Allman, a Chuck Berry, a Dimebag, a David Gilmour, a Pete Townshed, a Mark Knopfler, a Dave Davies, ad Alex Lifeson.
Poi mi viene in mente la tenacia fatta riffatore. Mi viene in mente uno dei chitarristi più importanti dell’heavy metal, uno di quelli che scriveva solo riff che sarebbero stati indelebilmente spiaccicati sulle pareti del cervello degli ascoltatori. “Iron Man”, “Paranoid”, “Black Sabbath”, “Sabbath Bloody Sabbath”, “Sabbra Cadabra”… insomma, mi viene in mente Tony Iommi. Mi viene in mente perché la sua storia insegna a non arrendersi, perché la sua storia fa venire la forza di rialzarsi e ricominciare. Una specie di Alex Zanardi ante litteram, Tony Iommi. Suonava con i Black Sabbath, allora col moniker di Earth. Il gruppo cominciò a girare bene, dovevano partire per una tournèe in Germania, e Tony avrebbe finalmente lasciato il lavoro nella fabbrica in cui lavorava – a Birmingham c’erano tantissime fabbriche, era uno dei centri dell’industria pesante britannica. Ultimo giorno di lavoro, domani si parte e si va a bruciare la Germania! Non c’era lavoro per lui, ma era assente l’addetto alle lamine. Misero Tony a fare un lavoro che non aveva mai fatto, durante il suo ultimo giorno di lavoro.
(I chitarristi che leggeranno quello che successe a Tony Iommi irrimediabilmente si troveranno a toccare le dita della mano con cui suonano.)
Un incidente. Le ultime falangi del medio e dell’anulare della mano destra (Tony era mancino) si spezzarono irrimediabilmente. Secondo i medici Tony non avrebbe mai più potuto suonare la chitarra. Mai e poi mai. Tony non si arrese, fu tenace anche davanti alla difficoltà che più di tutte sembrava insormontabile: si costruì delle protesi con delle bottiglie di plastica, le applicò sulle dita rotte incastrandole nella carne, ed il miracolo avvenne. L’incidente provvide a creare aspetti tipici del Sabbath sound: per diminuire la tensione delle corde, Tony cominciò a suonare accordato in Do diesis (un tono e mezzo sotto il normale) seguito a ruota dal bassista Geezer Butler; inoltre, ascoltate bene il riff di “Sabbra Cadabra”: si sentono le corde che graffiano la plastica.
Il rock’n’roll aiuta anche a riflettere, generalizzando le mille favole che lo caratterizzano e che gli danno quel tocco – se vogliamo – un po’ folcloristico. Il chitarrista che non si arrende davanti alla perdita di due falangi può significare soltanto che non ci può essere nulla che può indurre a gettare la spugna. Non c’è nemmeno bisogno di essere forti: l’unico modo per andare avanti di fronte alle difficoltà è credere che esista una soluzione ed ingegnarsi per trovarla. Perché se Tony Iommi ha suonato per anni con dei pezzi di plastica sulle dita si capisce che i mille problemi, piccoli o grandi che siano, che affliggono la nostra esistenza non sono irrisolvibili: siamo solo noi che li rendiamo tali, forse perché siamo troppo pigri, forse perché il dolore è qualcosa di semplice, qualcosa di giustificabile e patetico.
Bisognerebbe alzare la testa e costruire la soluzione come Tony Iommi si è costruito le dita…
Penso a tutti i chitarristi che hanno creato riff, a quelle mani che si poggiavano sulle corde di uno strumento ignare di quello che avrebbero partorito (o forse semplicemente troppo drogate per capirlo), e che cominciavano a muoversi… che diventavano immortali. Penso a Eric Clapton, a “Sunshine of your love”, a “Layla”; penso a Jimmy Page, a “Hartbreaker”, “Whole lotta love”, “Kashmir” e “Black Dog”; penso ad Angus Young, “Back in Black” e “Thunderstruck”; penso a Keith Richards e “Satisfaction”, Randy Rhoads e “Crazy Train” e “Mr Crowley”, Jimi Hendrix e “Purple Haze” e “Voodoo Chile”, a un Erik Brann sedicenne ed “In-A-Gadda-Da-Vida”, a Slash e “Sweet child o’ mine”, Eddie Van Halen e “Panama” e “Ain’t Talkin’ ‘bout love”. E poi a K.K.Downing e Glenn Tipton, a Dave Murray ed Adrian Smith, a James Hetfield, a Duane Allman, a Chuck Berry, a Dimebag, a David Gilmour, a Pete Townshed, a Mark Knopfler, a Dave Davies, ad Alex Lifeson.
Poi mi viene in mente la tenacia fatta riffatore. Mi viene in mente uno dei chitarristi più importanti dell’heavy metal, uno di quelli che scriveva solo riff che sarebbero stati indelebilmente spiaccicati sulle pareti del cervello degli ascoltatori. “Iron Man”, “Paranoid”, “Black Sabbath”, “Sabbath Bloody Sabbath”, “Sabbra Cadabra”… insomma, mi viene in mente Tony Iommi. Mi viene in mente perché la sua storia insegna a non arrendersi, perché la sua storia fa venire la forza di rialzarsi e ricominciare. Una specie di Alex Zanardi ante litteram, Tony Iommi. Suonava con i Black Sabbath, allora col moniker di Earth. Il gruppo cominciò a girare bene, dovevano partire per una tournèe in Germania, e Tony avrebbe finalmente lasciato il lavoro nella fabbrica in cui lavorava – a Birmingham c’erano tantissime fabbriche, era uno dei centri dell’industria pesante britannica. Ultimo giorno di lavoro, domani si parte e si va a bruciare la Germania! Non c’era lavoro per lui, ma era assente l’addetto alle lamine. Misero Tony a fare un lavoro che non aveva mai fatto, durante il suo ultimo giorno di lavoro.
(I chitarristi che leggeranno quello che successe a Tony Iommi irrimediabilmente si troveranno a toccare le dita della mano con cui suonano.)
Un incidente. Le ultime falangi del medio e dell’anulare della mano destra (Tony era mancino) si spezzarono irrimediabilmente. Secondo i medici Tony non avrebbe mai più potuto suonare la chitarra. Mai e poi mai. Tony non si arrese, fu tenace anche davanti alla difficoltà che più di tutte sembrava insormontabile: si costruì delle protesi con delle bottiglie di plastica, le applicò sulle dita rotte incastrandole nella carne, ed il miracolo avvenne. L’incidente provvide a creare aspetti tipici del Sabbath sound: per diminuire la tensione delle corde, Tony cominciò a suonare accordato in Do diesis (un tono e mezzo sotto il normale) seguito a ruota dal bassista Geezer Butler; inoltre, ascoltate bene il riff di “Sabbra Cadabra”: si sentono le corde che graffiano la plastica.
Il rock’n’roll aiuta anche a riflettere, generalizzando le mille favole che lo caratterizzano e che gli danno quel tocco – se vogliamo – un po’ folcloristico. Il chitarrista che non si arrende davanti alla perdita di due falangi può significare soltanto che non ci può essere nulla che può indurre a gettare la spugna. Non c’è nemmeno bisogno di essere forti: l’unico modo per andare avanti di fronte alle difficoltà è credere che esista una soluzione ed ingegnarsi per trovarla. Perché se Tony Iommi ha suonato per anni con dei pezzi di plastica sulle dita si capisce che i mille problemi, piccoli o grandi che siano, che affliggono la nostra esistenza non sono irrisolvibili: siamo solo noi che li rendiamo tali, forse perché siamo troppo pigri, forse perché il dolore è qualcosa di semplice, qualcosa di giustificabile e patetico.
Bisognerebbe alzare la testa e costruire la soluzione come Tony Iommi si è costruito le dita…
tratto da: pippamentis.wordpress.com
autore: Charlie Brown 666
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